4, 5, 6 settembre 2004 - Falcade, Belluno
Presentazione
Quattro passi a Nordest ... nasce il pensiero di una passeggiata sulle nostre moto per terre forti ma non aspre, contese nel corso dei secoli da genti che sono riuscite a piegare ai propri bisogni un territorio di bellezza senza pari, con morbide valli abitate e dirupi scoscesi dove il monte urla al cielo con l'aquila la propria libertà.
Montagna di vittorie e sconfitte, di fole di imberbi eroi e "striachi" predatori, macchiata del sangue di chi ne ha segnato i fianchi e ferito il cuore con aspre vie e segrete gallerie che allora permisero agli eserciti di scorgere altri eserciti, ora permettono di lanciare lo sguardo verso orizzonti lussureggianti. A mille metri sul livello del mare, mollemente adagiata nella valle del Biois c'è Falcade, la vostra Itaca, isola quieta fra le calcaree spume della catena del Focobon e delle Cime d'Auta.
Nella sua serenità verde di bosco hanno visto la luce il Papa Giovanni Paolo I, l'artista scultore Augusto Murer, il pittore Giuseppe Zais, lo scultore Giovanni Marchiori, i poeti Valerio Da Pos e don Pietro Follador, lo scultore Dante Moro, il pittore Giuliano De Rocco e molti altri artisti e letterati che sarebbe lungo elencare.
Vi vissero però anche migliaia di persone che lavorarono silenziosi sotto l'ombra del tabià di legno. Nel Tabià trovavano posto il maiale, chiamato per nome e grattato dietro alle orecchie, che se felice ingrassava di più, il fienile, il granaio con gli spietati gatti da guardia. Meglio di Fort knox.
C'era la stalla con la vacca che riscaldava di sera il filò nel quale si snocciolavano bagigi, graniturchi e avemarie, balle di caccia e storie di fantasmi inventate solo per spaventare i bambini.
Gli stessi vecchi che di giorno vanno al campo con passo breve, determinati a sterminare in una impari lotta la sorgagna e la gramigna dal campo del mais. Vecchi col cappello e col gilè che quando passi ti fissano, fermi e zitti come il tasso, erti a difesa di quel che son riusciti a rubare alla montagna con calli e dolori.
Vecchie piegate sotto il peso del fieno, dell'età, dei figli messi al mondo e troppo spesso e troppo presto visti morire, gli abiti neri per il lutto, col fazzoletto incollato in testa anche in chiesa per la messa da macinare sottovoce come un abitudine, in un posto che dell'aiuto di Dio sente il continuo bisogno.
Falcade che è nota come la città dei Santi: ve ne sono ovunque, in piccole nicchie nel muro, a proteggere e confortare il valligiano per strada nel suo continuo faticoso arrampicarsi verso il domani.
Il cibo montano? Oggi si mangia quel che c'è ... la polenta e il latte a farla da padroni come diuturne condanne, da benedire comunque perchè almeno quelle -anche oggi- ci sono. Ma c'è anche il cibo della festa, la tagliatella con l'uovo, la gallina in brodo e la cacciagione come premio domenicale, preparate per il banchetto nuziale.
E poi c'è il formaggio, da tagliare con la roncoletta sempre pronta in tasca.
Nel caso,prima, una pulita sulle braghe, se la roncoletta si è impolverata per raccogliere il fungo.
La lingua no l'è stracca, se no la sa de vacca. Accompagna il desco, per timbrar la tovaglia, il vino schietto delle valli più a sud. Vino rosso come il sangue del Cristo. Sapori di una volta. Sapori che solo raramente di trovano ancora. ma qui si può. Venite, gente, a Falcade l'è pronto in tòla.
Dopo, col stecchino in bocca e le mani in tasca scendiamo in piazza, come il nonno che al babbo diceva " ... se fai il bravo ti porto in piazza a vedere i signori che mangiano il gelato".
Ma stavolta, boja càn, ne tocca un poco anche a me! Due palline, anzi, tre... e con la panna! Domani, con calma, inseriremo le chiavi nel quadro, un rapido controllo, tireremo la frizione e contatto! Si torna sul monte, a fare quattro passi, fra amici.
Sciao a tuti, Pinese.

